Mi stanno piuttosto antipatici i coccodrilli, ma credo che la morte del mio regista preferito sia l’occasione giusta per fare una riflessione sullo stato dell’arte cinematografica. Voglio dire, il mio altro articolo sui film di David Lynch, ha avuto in queste ore un’impennata di visualizzazioni, quindi mi pare corretto cavalcare l’onda e sperare che qualcuno si legga questa pagina di sproloqui.
Quando penso a Lynch, anziché pensare all’agente Cooper o a Isabella Rossellini in Velluto Blu, la prima cosa che mi viene in mente è l’intervista in cui qualcuno gli chiese «che ne pensa dell’ultimo film di Sorrentino?» e lui rispose «chi?». Credo fosse Sorrentino, ma non è importante, il punto è che David Lynch era completamente disinteressato al cinema.
Ecco spuntare da dietro il divano, come se fosse Bob in casa Palmer, il neolaureato del DAMS che con lo sguardo fisso mi sussurra che in realtà Lynch amava Fellini, il Mago di Oz e Jacques Tati. E l’unica risposta a cui riesco a pensare è «grazie al cazzo». Lynch rimpiangeva il tempo in cui al cinema c’era spazio per la sperimentazione, ma non seguiva il cinema contemporaneo in cui c’è solo spazio per il business. Non è l’unico: Herzog ha dichiarato di guardare tre film all’anno; pure l’impronunciabile Apichatpong sembra aver poca voglia di perdere tempo al cinema (però ci obbliga a rimanere vigili per i suoi film interminabili, belli eh, per carità, ma che forza di volontà).
Mi viene in mente pure un’altra intervista di cui di nuovo non ricordo il soggetto, forse Keith Richards, in cui il musicista rock in questione dichiarava di ascoltare tutti i generi di musica tranne il rock. Questo gli permetteva di contaminare la sua musica e di portare qualcosa di nuovo nelle sue composizioni, cosa che non sarebbe stato in grado di fare se si fosse fossilizzato sullo studio della musica rock. Credo che questo discorso riguardi anche David Lynch.
David Lynch era una persona poliedrica: dipingeva; componeva musica; creava sculture discutibili che adesso andranno via per fantamiliardi; dava le previsioni del tempo guardando fuori dal suo studio; amava i programmi di auto in TV, e in più faceva anche il regista cinematografico. Tutte le bellissime assurdità che vediamo nei suoi film sono frutto della bellissima assurdità che era la sua vita.
Ogni tanto mi chiedo perché il Signore non mi ha punito quando ho scelto di organizzare un festival cinematografico, poi mi ritrovo a guardare centinaia di cortometraggi di registi emergenti e capisco che in realtà la mia punizione l’ho avuta così, il Signore ha solo scelto di non infierire. Ora, lungi da me generalizzare, però da questa fantastica esperienza ricreativa ho dedotto che spesso i registi con una forte formazione cinematografica, sono quelli che partoriscono le opere più dimenticabili. È chiaro che se metto la videocamera in mano al mio macellaio, non girerà Strade Perdute (anche se non lo escluderei a priori), ma noto come le persone che provengono dall’arte o da altri settori, spesso riescono a sviluppare dei cortometraggi molto più interessanti.
Perché diciamocelo proprio onestamente, e lo dice uno che nella vita per campare tiene in mano la videocamera e passa ore sui programmi di montaggio: le competenze per girare un cortometraggio con due lire di budget, non sono quelle che ti servono per diventare un neurochirurgo. Le basi di sceneggiatura, regia, fotografia e montaggio, le impari in una settimana. Poi magari ti ci vuole una vita per farle bene, ma questo è un altro discorso. Quello che conta davvero è un punto di vista originale e il coraggio di rompere le regole. Non credo che Lynch stesse lì a chiedersi dell’effetto Kulešov mentre entrava dentro al termosifone in Eraserhead, oppure che si preoccupasse dello scavalcamento di campo mentre la vicina di casa fa i suoi discorsi inquietanti in Inland Empire.
Dopo il neolaureato al DAMS sul divano, ora mi inseguono nella Loggia Nera tutta la schiera di diplomati nelle varie accademie di cinema, seguiti da tutti i loro direttori che si sono comprati casa tenendo questi poveri ragazzi a studiare per tre anni le inquadrature de Gli Uccelli di Hitchcock.
È vero che si può girare un buon film conoscendo il cinema molto profondamente, altrimenti la Nouvelle Vague sarebbe rimasta solo un circolo privato per ricchi annoiati e Tarantino e Paul Thomas Anderson (che comunque non hanno fatto accademie, così per dire) farebbero i lavapiatti. Però tutti i film che in qualche modo mi hanno segnato hanno la costante di essere contaminati da altre forme di arte, tipo lo Zoo di Venere di Greenaway o Pina di Wenders. Il cinema che cita il cinema, lo trovo sempre un po’ stucchevole e onanistico, non a caso Cuore Selvaggio in cui si cita fin troppo esplicitamente il Mago di Oz, è uno dei film che mi risulta più indigesto di Lynch. Queste citazioni mi ricordano, tanto per tornare sulle esperienze traumatiche, i poster di Metropolis appesi in tutte (ma davvero tutte!) le camere da letto dei cortometraggi indipendenti di cui sopra.
Su Instagram ho letto una cosa, tra l’altro scritta da un tizio che si occupa di tutto tranne che di cinema, che diceva che Lynch è un regista che ti spezza la vita: si può tracciare una linea nel momento esatto in cui lo incontri per la prima volta e dividere il prima dal dopo. Il primo film di Lynch che ho visto è Mulholland Drive, e mi ha suggestionato a tal punto da aver sentito il bisogno di farlo vedere a tutti i miei amici che per farmi contento annuivano e sorridevano. È stato davvero uno spartiacque perché da quel momento ho cominciato ad allontanarmi dal cinema commerciale. Quando guardo un film, adesso cerco l’imprevedibile: voglio un tizio inquietante che spunta da dietro l’angolo, oppure un cubo blu che risucchi il protagonista e che scombussoli tutta la storia. Le sceneggiature copia e incolla con il viaggio dell’eroe (ehi ehi, calmi dalle accademie) non le tollero, neanche quando sono scritte bene.
Credo che David Lynch mi abbia rovinato la vita, rendendomi una persona patologicamente selettiva, che non ha visto neanche un film della Marvel, che non corre al cinema a guardare l’ultimo lavoro del regista più acclamato di tutti i tempi, che non ha un abbonamento Netflix e non guarda le serie TV (rewatch di Twin Peaks esclusi).
Che dire?
Grazie Lynch.
Ps: era da tanto che volevo cominciare a scrivere in maniera più libera, sfruttando un argomento di attualità per parlare di quel che mi pare. Questa mi sè sembrata l’occasione giusta per iniziare, anche se ho sentito gli sguardi di Guia Soncini e di Luca Bizzarri che mi osservavano dall’alto e giudicavano ogni parola e ogni virgola (come se gli potesse importare qualcosa di quello che ha da dire il Vongola90 di turno).







