Volevo sapere qualcosina di più sul caso di Yara Gambirasio e ho deciso di fare due cose che non faccio mai: guardare una serie e guardarla su Netflix.
Diciamo che non avevo bisogno di conferme, ma la visione di Il Caso Yara: oltre ogni ragionevole dubbio mi ha definitivamente chiarito perché non ho un mio account Netflix e perché non guardo le serie, neanche quelle documentaristiche. Ma direi di cominciare dal principio, con una panoramica sul caso.
(scusate la mancanza di immagini, ma mi rifiuto di pubblicare foto di Yara o di Bossetti)
Il Caso Yara: cos’è successo?
La scomparsa di Yara Gambirasio
La tredicenne Yara Gambirasio scompare nel novembre del 2010. Era andata nella palestra dove si allenava in ginnastica ritmica per caso, perché non aveva allenamenti programmati, ma doveva portare uno stereo alle sue insegnanti. Non si capisce bene quando lasci la palestra, ma da quel momento in poi di lei si perde ogni traccia.
Iniziano quasi subito le ricerche perché i genitori riconoscono l’allontanamento come un comportamento davvero inusuale per la figlia. Vengono utilizzati dei cani molecolari che conducono la polizia in un cantiere abbandonato che avrà poi un ruolo centrale nella vicenda (o almeno nella versione raccontata da Netflix), ma non riescono a trovare Yara o il suo corpo.
Da questa pista però si comincia a indagare nel settore dell’edilizia, vengono messi sotto intercettazione alcuni telefoni e si assiste anche alla più ridicola caccia all’uomo che forse si sia mai verificata in Italia. In breve, in una di queste chiamate, un ragazzo marocchino dice in arabo una frase che, non è ben chiaro, o somiglia come suoni a “Yara” o viene tradotta erroneamente con tipo “Non l’ho uccisa io”. Addirittura per questa intercettazione fanno fermare la nave su cui era imbarcato il povero malcapitato, perché erano tutti convinti che stesse scappando. Vabbè, scene da film americano per poi scoprire che si erano sbagliati a tradurre e lui aveva soltanto esclamato una cosa tipo “che Dio mi protegga”.
Il ritrovamento di Yara
Nel febbraio del 2011, in maniera del tutto casuale, viene ritrovato il corpo di Yara in un campo. Non ci sono segni di violenza carnale, ma gli slip sono tagliati. In più, dettaglio terribile, sembra che la tredicenne sia morta di freddo, perché nessuno dei tagli che ha sul corpo sono stati fatali.
Sulle mutande viene trovato del DNA appartenente a un individuo sconosciuto, che verrà chiamato “Ignoto 1”. Qui inizia un’altra caccia all’uomo degna di un film americano, ma con un epilogo molto più sorprendente. Vengono presi, infatti, dei campioni da tutti gli abitanti della zona e si riesce a individuare la famiglia da cui proviene il DNA di Ignoto 1. Viene anche individuato il padre, deceduto nel 1999, però nessuno dei figli di quest’uomo ha un DNA combaciante.
Vengono approfondite le indagini e inizia la ricerca di eventuali figli illegittimi, facendo test su tutte le donne che potevano essere state legate in qualche modo al padre di Ignoto 1. Senza grandi intoppi si trova la madre di Ignoto 1 e quindi basta fare due più due per arrivare alla conclusione dell’enigma: il DNA è di Massimo Bossetti, è lui Ignoto 1.
Bugiardi patologici
Prima di parlare di Bossetti, è necessario spendere qualche parola sulla famiglia e soprattutto sulla madre, che ha sempre negato di aver avuto rapporti fuori dal matrimonio. Addirittura è andata in una trasmissione su una rete locale a dire che probabilmente è colpa del ginecologo che le ha iniettato dello sperma di qualcuno, perché aveva problemi nel rimanere incinta.
Ecco, peccato che neanche il fratello di Massimo sia figlio di loro padre. Questo evidenzia come, probabilmente, la donna sia una bugiarda patologica, cosa che ha ereditato pure il figlio. Infatti sul cantiere dove lavorava, Massimo Bossetti, era conosciuto come uno che le spara sempre grosse. E dai primi interrogatori ne abbiamo subito una riprova: si inventerà un alibi falso; negherà di farsi le lampade in un centro estetico poco lontano dalla casa di Yara; chiederà alla moglie di far sparire due coltelli da casa.
Se non bastasse, al momento della cattura Bossetti comincia a fuggire per il cantiere e le forze dell’ordine sono costrette a inseguirlo.
Il processo
Non è difficile capire che i tre gradi di giudizio condanneranno Massimo Bossetti all’ergastolo. La difesa si appellerà a qualsiasi cosa, com’è giusto che sia, per evitare la condanna del proprio cliente che continuerà a dichiararsi innocente. Ma ci sono comunque delle zone d’ombra: il DNA non verrà mai consegnato alla difesa per svolgere delle perizie; delle immagini del furgone di Bossetti registrate da alcune telecamere di servizio nei pressi della palestra di Yara, si scopriranno essere state parzialmente manomesse; il PM cercherà (o almeno così sembra) di ostacolare le indagini della difesa in ogni modo possibile.
Insomma, ci sono diverse zone d’ombra, soprattutto perché il cantiere dove i cani molecolari avevano condotto le forze dell’ordine durante le ricerche, appartiene alla famiglia Locatelli, che sembra essere coinvolta nel narcotraffico. A quanto pare il padre di Yara fu un testimone per il loro processo, questo fornirebbe un movente all’omicidio sicuramente più importante rispetto al raptus sessuale ipotizzato per Bossetti.

Il caso Yara: la serie Netflix
La pornografia del dolore
Passiamo adesso alla serie Netflix Il caso Yara: oltre ogni ragionevole dubbio, che ho malauguratamente deciso di guardare per informarmi sul caso. Ora, non me ne voglia Gianluca Neri, il creatore della serie (che tra l’altro è anche il creatore di SanPa che in realtà è un ottimo prodotto), ma secondo me si tratta di una delle cose più brutte e irrispettose che io abbia mai visto.
La primissima cosa che mi ha fatto incazzare è la strumentalizzazione del dolore delle vittime di questa vicenda, quindi in primis della famiglia di Yara. Già dai primi minuti, infatti, possiamo ascoltare i messaggi che la madre lasciava alla segreteria di Yara dopo la sua scomparsa. È vero che si tratta di materiale proveniente dagli atti pubblici, ma credo esista anche il buon senso.
La seconda cosa che salta all’occhio è la scelta, immagino obbligata, di intervistare soltanto persone di un certo “schieramento”: c’è la moglie di Bossetti, i legali della difesa, i periti della difesa, giornalisti innocentisti. Non c’è nessuno a rappresentare la famiglia di Yara, nessuno che possa invece dire «secondo me Bossetti è colpevole». L’unica persona neutrale è il medico legale che infatti a un certo momento si stufa e dice «non ho intenzione di stare a ripetere il processo durante l’intervista».
Bossetti superstar
Siccome siamo delle capre e ci innamoriamo dei serial killer in serie come Monster, in questa serie si tenta di fare la stessa cosa, mostrando Bossetti come una star che si aggira per il carcere e guarda fuori dalla finestra sfoggiando il suo bicipite e la sua abbronzatura.
Si cerca, dall’altro lato, di gettare fango sul PM, una figura senza dubbio controversa, che ha commesso i suoi errori durante questa inchiesta ma, che fino a prova contraria, ha agito sempre con l’obiettivo di raggiungere la verità.
Com’è giusto ricordare, c’è spesso differenza tra realtà storica e realtà processuale: ci sono casi in cui persone sono state incarcerate per errore e casi in cui la legge non ha trovato prove sufficienti per arrestare quelli che sono gli evidenti colpevoli. Però, di fronte a tre gradi di giudizio e di fronte ai continui respingimenti delle richieste di riapertura del caso, trovo quantomeno discutibile difendere una persona in carcere per aver ucciso una tredicenne e attaccare, invece, un PM che sta svolgendo il suo lavoro.
Il famoso DNA
Anche se saltasse tutto il castello accusatorio, anche se tutti gli altri indizi a carico di Bossetti venissero meno, c’è sempre il DNA. Questo lo sanno bene anche gli avvocati di Bossetti, che hanno cercato in tutti i modi di inficiare questa prova, l’unica che lega il loro assistito a Yara.
Credo si possa sostenere quello che si vuole, che i campioni non sono stati messi a disposizione della difesa, che i test sono stati svolti in maniera inaccurata, che il DNA è solo nucleare e non mitocondriale (qualsiasi cosa voglia dire), ma c’è una cosa che a mio modestissimo giudizio è inconfutabile: gli inquirenti sono arrivati a Massimo Bossetti attraverso un giro incredibile di test, che hanno addirittura rivelato il suo vero padre biologico; non è che avevano un suo campione di DNA da qualche parte e l’hanno incastrato. La falsificazione di questa prova mi pare piuttosto improbabile.
Ma stranamente questo nella serie non viene ribadito. Anzi, si insinua soltanto che i test erano scaduti e che quindi i risultati siano da considerarsi inattendibili.
L’innocentismo è una piaga
Per concludere, voglio soltanto fare una riflessione circa il fenomeno dell’innocentismo. Questo non è né il primo né l’ultimo caso in cui si tende a raccontare un delitto da una chiave di lettura diversa, accusando la giustizia di non fare adeguatamente il proprio lavoro. È una piaga da molti molti anni, ormai. Penso al caso del Mostro di Firenze, dove negli anni ‘90 un gran numero di giornali, di trasmissioni TV e di appassionati alla vicenda (che all’epoca per fortuna parlavano soltanto al bar e nessuno li ascoltava) sosteneva l’innocenza di Pacciani. In tempi recenti c’è stato il tentativo di riapertura del caso della Strage di Erba, in seguito al servizio de Le Iene.
E sempre ripetendo che a volte la verità storica e quella processuale non coincidono, mi fa abbastanza schifo riflettere sul fatto che questi prodotti vedano la luce. Ma sempre citando un’altra serie true crime firmata Netflix, è proprio vero che «i coglioni vanno inculati, cazzo!» e fintanto che noi continuiamo a essere coglioni, è giusto che qualcuno ci inculi, propinandoci questa immondizia.







