Mosto è un cortometraggio del 2024, diretto dal duo creativo composto da Vernante Pallotti e Daniele Zen. Già premiato al FIPILI Horror Festival 2024, il corto è stato proiettato in occasione della terza edizione del Lucid Dream Festival.
Mosto: la trama
Ci troviamo nelle campagne venete, è estate e il giovane Elio aiuta i propri genitori viticoltori. Il clima è asfissiante, non soltanto per il caldo: nella casa di ragazzo si respira un’aria carica di violenza. C’è, inoltre, una strana maledizione che affligge la sua famiglia, forse proprio come contrappasso per l’atteggiamento aggressivo del padre: il vino della loro produzione si trasforma in sangue. Qualcosa però inizia a cambiare quando Elio incontra Stellina.
Perché Mosto è un film da vedere?
Non vorrei soffermarmi oltre sulla trama o sui dettagli tecnici di questo film, realizzato, tra l’altro, con grande accuratezza tecnica e una fotografia davvero interessante (opera del giovane Marco Biotto). Quello su cui vorrei invece concentrarmi è l’interessante operazione che questo film fa, prendendo idee, canoni estetici e atmosfere appartenenti al cinema internazionale, e inserirle nel contesto locale.
Il realismo magico di cui è intriso il film, mi ricorda il rigolo di sangue che scorre per tutto il paese in Cent’anni di solitudine. Tra le ispirazioni, i registi nominano anche film come Il sacrificio del cervo sacro e Babadook. Ma un semplice film che racconta una storia di violenza domestica, nonostante le notevoli influenze e ispirazioni, non è sufficiente per riuscire a distinguersi in mezzo ad altre migliaia di produzioni simili. È qua che entra in gioco il contesto: ambientare il film nella campagna veneta, senza cercare di appiattire tutto con un’ambientazione ordinaria e patinata, è la più grande intuizione del cortometraggio.
Il futuro del fantastico made in Italy
Non so se questo film possa essere considerato un horror a tutti gli effetti. Sul sito della sua casa di distribuzione, si legge “racconto di formazione, realismo magico, horror”, accanto alla categoria “genere”. E questo è il suo secondo punto di forza: non aderire a un genere preciso, essere un film che gli inglesi definirebbero genre-bending. Questo film racchiude, in breve, tutto quello che io mi auguro per il cinema fantastico italiano.
C’è un paragone che faccio spesso e che credo sia perfetto per chiudere questa recensione: qualche anno fa uscirono nelle sale due film horror italiani nello stesso periodo; si trattava de Il Signor Diavolo di Pupi Avati e The Nest (il nido) di Roberto De Feo. Senza entrare troppo nel merito, il primo era un classico gotico padano, il secondo tentativo di creare un prodotto per il mercato internazionale (come si intuisce già dal titolo). Con tutte le sue imperfezioni e la sua sporcizia, è stato proprio il film di Pupi Avati a conquistarsi un ruolo nel mio cuore.
A suo tempo Roberto De Feo venne indicato come legittimo erede del grande horror italiano; io voglio invece augurarmi (e augurare a Pallotti e Zen) che siano loro, e tutti i registi coraggiosi come loro, gli eredi del cinema di genere italiano.







