Come sempre, non è che io mi sia precipitato al cinema. Late Night with the Devil (accompagnato dall’obbrobbrioso titolo in italiano In onda con il diavolo) è infatti uscito nel 2023 e io lo guardo soltanto adesso che me lo mettono comodamente su Prime Video. Lo so che non è un atteggiamento da bravo cinefilo, ma tutte le volte che mi faccio ingannare e corro al cinema, poi mi lamento per una settimana di aver sputtanato i soldi. Vabbè, ora mi sto lamentando di aver sputtanato il mio tempo e di averlo fatto su Amazon, ma questo è un altro discorso.
Dall’Australia con furore
Leggendo soltanto i miei articoli critici, si potrebbe pensare che io sia un po’ manicheo. In realtà ci metto tutto me stesso per trovare del buono anche laddove, a mio giudizio, non c’è. Per questo voglio provare a spezzare una lancia in favore di questi registi australiani che non hanno neanche una pagina Wikipedia in italiano: si tratta dei fratelli Cairnes; hanno debuttato nel 2012 con una commedia horror intitolata 100 Bloody Acres, seguita nel 2016 da Scare Campaign.
Questi loro primi due film sembrano pure carini sulla carta, e in entrambi i casi ho letto qualche critica entusiasta, che osanna la sceneggiatura. Io al momento non me la sento di guardarli, per paura di finire di nuovo a imprecare contro Amazon. Però ci tenevo a dirvelo. Inoltre, è importante notare che Late Night with the Devil è solo il terzo film del duo creativo. Gli si perdonano un po’ di ingenuità che forse non avrei perdonato, ad esempio, a James Wan.

Late Night with the Devil: un po’ di trama
Late Night with the Devil si presenta come un mockumentary, realizzato utilizzando materiale della trasmissione Night Owls, un Late Show. Il film si regge sull’interpretazione (non sempre convincentissima), di David Dastmalchian, che interpreta Jack Delroy, il presentatore del programma.
Siamo nel 1977, non siamo ancora in piena era della satanic panic, ma comunque siamo ancora freschi dell’uscita de L’esorcista. Per cercare di migliorare gli ascolti, Jack decide di dedicare la puntata di halloween a uno dei casi più caldi del momento: intervisterà infatti Lilly, una ragazzina sopravvissuta a un suicidio di massa di una setta devota al demone Abraxas.
Chiaramente quella che comincia come una normale puntata, si conclude in maniera disastrosa, con eventi paranormali ogni cinque minuti che gli scettici cercheranno di sminuire, ma che spaventeranno tutti gli altri.
Tutto quello che funziona
Anche se non avessi incontrato le critiche positive, ma mi fossi fermato alla trama, probabilmente avrei avuto voglia di vedere questo film: le premesse sono ottime, inoltre adoro i mockumentary e i found-footage e questo film sembrava dare il giusto twist a un filone che dopo tutti i duemila Paranormal Activity è un po’ andato a farsi benedire.
Ed effettivamente funziona: il clima televisivo anni ‘70 funziona, il personaggio che fa il sedicente medium è simpatico, così come il finto James Randi che cerca di smontare con il suo scetticismo ogni fenomeno inspiegabile.
Inoltre, come ci si potrebbe aspettare, il film fa un sacco di citazioni divertenti: il film sicuramente si ispira al famoso programma televisivo della BBC, Ghostwatch; anche in questo caso si tratta di un mockumentary nato per la televisione, che imitava un programma televisivo per poi prendere delle derive paranormali inquietanti. Un po’ come per La guerra dei mondi di Welles, il pubblico abboccò all’amo.
Inoltre, oltre al già citato James Randi, ci sono delle immagini di repertorio che ricordano Uri Geller (forse lo stesso personaggio di Christou è ispirato a lui); il gruppo esclusivo Grove di cui si parla spesso, si ispira davvero al Bohemian Grove, un campeggio dove un gruppo di uomini facoltosi si riunisce annualmente; per finire ci sono molte citazioni de L’esorcista, compresa una faccia che compare dietro la testa di Lilly.

Tutto quello che purtroppo non funziona
Il problema principale di Late Night with the Devil è che sin dalle prime inquadrature non riesci a sospendere l’incredulità. È così evidente la finzione, che è impossibile lasciarsi trasportare dagli eventi. Non lo dico così tanto per fare delle critiche sterili, ci sono alcune scelte tecniche che proprio mi hanno fatto storcere il naso e su cui non sono disposto a cambiare idea: il film viene presentato nei primi minuti come un documentario realizzato con le immagini della diretta TV e riprese inedite di backstage. L’unico sforzo che si fa per far capire quali sono i fuorionda, è quello di usare delle immagini in bianco e nero. Poi di tutto il resto se ne sbattono, usano il decoupage classico, con campi e controcampi, l’audio è pulitissimo, non c’è un fuori fuoco neanche a pagare.
Ecco, dopo il primo cambio di inquadratura in un fuorionda, mi avevano già perso. Avrei preferito di gran lunga un’inquadratura fissa, totale, come quelle in cui vediamo Mike Bongiorno rimbrottare Antonella Elia, con i personaggi ai margini del campo, o addirittura fuori. Audio sporco, rumori ambientali e sottotitoli.
Poi c’è la questione che i primi fenomeni paranormali che avvengono sono davvero troppo esagerati per essere credibili (o quantomeno per farci credere che il pubblico in studio ci stia credendo davvero): la piccola Lilly, quando viene posseduta, si trasforma in un secondo in Linda Blair con tanto di cicatrici e lenti a contatto. Ringrazio per la citazione, ma non serviva.
L’uso dell’intelligenza artificiale
Arriviamo poi a uno dei punti più dolenti. Nel film vediamo un totale di forse tre o quattro cartelli che vengono mandati in onda prima dei blocchi pubblicitari; a un occhio poco esperto (come quello di chi ha guardato il film con me) magari potrebbe sfuggire, ma le grafiche sono state realizzate con l’intelligenza artificiale.
L’ho percepita come una delle scelte più pigre della storia del cinema, mi è proprio sembrato di sentire i registi dire «vabbè, mettiamoci una pezza con l’AI lì, tanto chi vuoi che se ne accorga?». Non voglio fare un processo alle intenzioni, l’intelligenza artificiale è una tecnologia comodissima per molti campi di applicazione. Però, in questo caso, seriamente non sono riusciti a trovare un illustratore che con 1.000$ gli facesse queste grafichette? Su Fiverr, ne avrebbero trovati anche a 100$ probabilmente. Bastava davvero poco, poco di più.

Bastava “poco così”
Sarebbero bastate davvero poche accortezze per rendere questo film davvero memorabile. Invece la mancanza di coraggio da parte dei registi lo ha reso un polpettone commerciale che finirà nel cassetto accanto a Paranormal Activity 15.
Il finale, poi, nella sua più totale assurdità avrebbe funzionato in maniera eccezionale se messo nel contesto giusto (e senza tutta la stronzata della moglie morta di tumore, perché sennò la gente poi non empatizza). Poi tanto per citare Rivette e la celebre recensione di Kapò: quel carrello che si allontana dal protagonista, nello studio vuoto non merita che il profondo disprezzo.
Che Abraxas alla fine abbia abbandonato Lilly per diventare operatore di camera? Il posto fisso fa gola a tutti.







