Dato che mi voglio molto bene, anche oggi mi butto sui film francesi. Non solo: torno a nominare Alain Robbe-Grillet, uomo dal nome per me impronunciabile. Abbiate pietà di me, ho studiato tedesco al liceo.
Il film di cui vi andrò a parlare è Giochi di fuoco del suddetto Robbe-Grillet. Ammetto di aver prima di tutto pensato alle streghe con la parola fuoco, ma ho deciso di darmi una scusa per vedere qualcosa di nuovo e possibilmente strano.
Ebbene, ho trovato un piccolo gioiellino. Più o meno.
Alain Robbe-Grillet
Ma partiamo dall’inizio. Alain Robbe-Grillet, nato a Brest (come Querelle) nel 1922 è stato scrittore, sceneggiatore e regista francese, figura centrale del movimento letterario noto come “Nouveau Roman” (Nuovo Romanzo), che negli anni ’50 e ’60 ha rivoluzionato la narrativa europea. Nel 1963 scrive Pour un Nouveau Roman che fu considerato come una sorta di Manifesto del movimento.

La sua scrittura è fredda, oggettiva, descrittiva, spesso priva di psicologia o trama lineare: il mondo viene osservato come se fosse una superficie da catalogare, senza giudizi né emozione. È stato un autore profondamente teorico, ma anche affascinato da eros, voyeurismo, ripetizione, e labirinti mentali.
Come sceneggiatore è celebre per L’anno scorso a Marienbad (1961) di Alain Resnais, un capolavoro enigmatico del cinema moderno; mentre come regista ha diretto film come Trans-Europ-Express, L’uomo che mente, La bella prigioniera, mescolando thriller, erotismo e surrealismo.

Robbe-Grillet ha sempre sostenuto che la realtà è una costruzione, e che ogni racconto è una finzione consapevole di sé. Nei suoi romanzi e film, ciò che accade forse non è mai accaduto.
E se pensiamo a L’anno scorso a Marienbad torna tutto.
Giochi di fuoco

La trama di Giochi di fuoco (Le Jeu avec le feu, 1975) è volutamente frammentaria, ciclica, e ambigua.
Il film ruota attorno a Caroline de Saxe, una giovane ereditiera (interpretata da Anicée Alvina), figlia di un banchiere miliardario (Philippe Noiret).
Il padre riceve una lettera minatoria: “Sua figlia sarà rapita, violentata, bruciata viva…”
Temendo per la sicurezza di Caroline, decide di “affidarla” volontariamente a una misteriosa organizzazione segreta che – paradossalmente – finge di rapirla per proteggerla meglio (forse).
Rinchiusa in una casa

Questa organizzazione gestisce una casa elegante, ma inquietante, in cui giovani donne in uniforme vengono rinchiuse, legate, a volte spogliate o torturate con fuoco, in quella che sembra una coreografia sadomaso surrealista. Le donne vengono date in pasto a clienti da gusti particolari (a volte letteralmente, dato che uno di questi fa ricoprire una donna di salsa e la vuole servita flambé).
Gran parte del film si concentra proprio sulle perversioni di chi frequenta questa casa chiusa. Le vediamo attraverso gli occhi di Caroline che gira per l’edificio impassibile di fronte a quello che trova (un uomo fa recitare a una ragazza una scena da Otello dove lei interpreta Desdemona; un prete, finto probabilmente, piange una sposa apparentemente morta; una donna chiede di essere chiamata padrona; un uomo lava Caroline).
Le ambiguità

Col passare del tempo, diventa sempre più chiaro che non possiamo fidarci di ciò che vediamo. Le situazioni si ripetono con variazioni, alcuni personaggi cambiano ruolo, e le azioni sembrano parte di una messa in scena teatrale, cinematografica o mentale.
Per esempio:
- Caroline è prigioniera, poi sembra consenziente, poi complice, poi di nuovo vittima.
- Il padre pare disperato, poi freddo e complice, poi forse uno spettatore del proprio incubo.
- Jean-Louis Trintignant (Frantz/Francis) appare come un uomo dal comportamento incerto, forse un osservatore, forse un carnefice.
Oltretutto viene continuamente rotta la quarta parete, con sguardi in camera e riferimenti diretti al pubblico. Ad esempio, un personaggio secondario si lamenta di quanto lo fanno lavorare in quel film; oppure Trintignant ci fa un occhiolino come a renderci complici del suo piano.
Volenti o non volenti?

Il film si apre con il rapimento di una ragazza che inizialmente pensiamo essere Caroline. La ragazza, come poi la stessa Caroline, viene portata via da due uomini in modo brusco, ma senza reale violenza. Lo stesso vale per tutte le donne rapite nel corso del film, che sono molte. Il rapimento è reale? Simulato? Desiderato? Si parla sempre della richiesta di un riscatto, si parla di violenze sessuali perpetrate sulle giovani, che sono imprigionate, ma viene tutto raccontato con una forma di distacco che accentua lo stampo di messa in scena nella messa in scena. Insomma, sembra che sia tutto un gioco erotico organizzato dalle persone coinvolte.
Caroline e altre ragazze si trovano in stanze quasi cliniche, linde, con decorazioni minimali. Sono legate con corde sottili, o accerchiate da uomini eleganti che per lo più non toccano, ma osservano. Qui nasce una tensione sadomasochistica visiva, tutta giocata sul voyeurismo e sull’impotenza: chi guarda? Chi agisce?
Il voyeurismo

C’è una costante presenza di specchi, telecamere nascoste, uomini che osservano. Caroline è sempre osservata, come le altre ragazze, ma a volte sembra consapevole o addirittura compiaciuta.
Lo spettatore diventa parte del gioco: sei tu che guardi, e Robbe-Grillet te lo ricorda in ogni scena. C’è quindi il tema tipico del voyeurismo cinematografico, portato all’estremo. Infatti, si è spesso descritto il cinema come una forma istituzionalizzata di voyeurismo. Lo spettatore si trova in una sala buia, nascosto, a osservare personaggi che non sanno di essere osservati. Questa dinamica richiama esattamente la struttura del voyeurismo: guardare senza essere visti.
Il rapporto col padre

Il tema dell’incesto è suggerito attraverso l’ambiguo rapporto tra il banchiere Georges de Saxe e sua figlia Carolina. Una scena particolarmente significativa mostra Carolina che riceve la visita di un uomo somigliante al padre e si lascia vedere nuda da lui. Questo episodio, insieme ad altri elementi del film, contribuisce a creare un’atmosfera di tensione e ambiguità sessuale. Il titolo stesso del film, “Giochi di fuoco”, è un’allusione all’incesto; il regista avrebbe preferito intitolarlo “Opera incestuosa”.
Non un porno

Giochi di fuoco non ha una trama lineare nel senso classico, ma propone una serie di variazioni intorno a un nucleo narrativo: una giovane donna viene sottratta alla realtà e gettata in un gioco erotico e violento, forse creato per proteggerla, forse per punirla, forse solo per compiacere le fantasie degli altri personaggi – o dello spettatore stesso.
Nonostante le scene esplicite, però, Robbe-Grillet ha chiarito che non voleva fare un film porno. Per lui: “Il porno è ossessionato dalla scopata: un cazzo in primo piano che entra in una fica in primo piano. Tutto il film è orientato verso la scopata. C’è pochissima perversione nei film porno”
Il fuoco

Arriviamo all’elemento del fuoco. Non è solo nel titolo, ma è un elemento ricorrente anche a livello visivo e di trama. Le scene si ripetono in loop deformati: lo stesso gesto con la fiamma può apparire più volte, ma in contesti leggermente diversi. Robbe-Grillet usa il fuoco come leitmotiv visivo.
La minaccia nella lettera
Una delle prime scene mostra il padre che legge una lettera anonima, in cui si minaccia di: “...rapire sua figlia, violentarla, e bruciarla viva.” Il fuoco è evocato ancor prima di apparire. È promessa di distruzione, castigo, e trasformazione. È un segno di potere totale su un corpo: portarlo dal desiderio alla cenere.
La scena dell’accendino
In una delle scene più sensuali e disturbanti, vediamo una ragazza legata mentre qualcuno avvicina lentamente una fiamma (di una candela o accendino) al capezzolo. La scena è lenta, silenziosa, e piena di tensione.
Qui il fuoco è feticcio erotico. Non brucia in modo distruttivo, ma “sfiora”. Sospeso tra dolore e piacere, è lo strumento che trasforma il corpo in oggetto scenico, quasi sacrificale.
La vetrata
Nell’edificio dove Caroline è rinchiusa è presente questa vetrata che rappresenta una donna sul rogo. È come se le donne venissero associate alle streghe e quindi viste come persone da condannare, da punire.
L’incubo dell’incendio
C’è una sequenza – onirica, discontinua – in cui Caroline immagina se stessa prigioniera in una stanza in fiamme. L’inquadratura non mostra chiaramente la fonte delle fiamme, ma il rosso e l’arancione dominano, e lei sembra né terrorizzata né sorpresa. Il fuoco qui è trasfigurazione del desiderio e della perdita del controllo. L’incendio diventa simbolo della liberazione dall’identità, più che distruzione, oltre che a ricordare l’incombente punizione.
L’incendio della macchina
Alla fine, Caroline si svela come artefice dell’intrigo insieme a Trintignant. Scappa dalla casa chiusa, ma viene recuperata da due uomini dell’organizzazione, che la caricano su un taxi. Il mezzo, dopo un inseguimento con Trintignant, si ribalta e prende fuoco. Il padre di Caroline è convinto che lei sia morta e si spara, ma la ragazza esce dal mezzo vestita da uomo, con lo stesso travestimento con cui era stata fatta scappare all’inizio del film. Poi raggiunge il suo complice e guidano verso l’orizzonte con le tasche piene dei soldi del riscatto.
Il fuoco sembra un punto nella storia, chiude la vicenda e rivela finalmente la verità. Se lo si guarda dall’ottica del tema incestuoso, può rappresentare anche la libertà di Caroline dal padre. Una sorta di rinascita, come se fosse una fenice.

In conclusione
È un film che consiglierei? Probabilmente no. È un film erotico, sì, ma che si concentra chiaramente sullo sguardo di un uomo, su un desiderio di possessione e controllo di stampo maschile. Sembra più un gingillarsi del regista che qualcosa di realizzato per gli spettatori. Sia chiaro: è pure ironico, buffo, grottesco, ma a mio parere non riesce ad arrivare come qualcosa di diverso da un’accozzaglia di idee distorte.
A livello di fotografia sarebbe pure interessante, peccato però per la bassa qualità dell’immagine del film, che secondo me non rende giustizia al lavoro del direttore della fotografia e di Alain Robbe-Grillet. Sicuramente, però, è un buon motivo per dare un’occhiata a Giochi di fuoco e agli altri film del regista, che mantengono lo stesso stile.







