domenica, Agosto 9, 2026
CinemaIl Fuoco - La nascita del divismo

Il Fuoco – La nascita del divismo

Ho incontrato per la prima volta Il fuoco di Giovanni Pastrone grazie al consiglio del mio amico Durante. Durante è solito consigliare un sacco di film vecchissimi, dimenticati o sconosciuti ma tutti sempre interessanti. Il fuoco non fa eccezione: è uno di quei film che aprono spiragli su un caleidoscopio di storie, personaggi e altri film; è quello che oggi verrebbe definito un rabbit hole in cui entri e ti smarrisci.

Il fuoco

Piero Fosco, Giovanni Pastrone e Gabriele D’Annunzio

Il fuoco è un film muto del 1916 diretto da Giovanni Pastrone, che però si firma con lo pseudonimo di Piero Fosco; questo nome d’arte fu scelto da Gabriele D’Annunzio durante la produzione di Cabiria, nel 1914. Il celebre colossal, considerato uno dei primissimi esempi di cinema narrativo al mondo, fu, nel concreto, una grande operazione pubblicitaria: venne venduto come un film scritto da Gabriele D’Annunzio, che in realtà si limitò a scrivere le didascalie, inventare il nome di qualche personaggio e dare un nome più poetico a Pastrone.

Lo scopo di questa operazione era quello di conferire maggior valore artistico al cinema, che all’epoca veniva percepito come puro intrattenimento destinato a scomparire nel giro di pochi anni. Il fuoco, che è il film successivo di Pastrone, cerca di continuare su questa linea di legittimazione dell’arte cinematografica, con risultati più modesti ma comunque interessanti.

Il fuoco

La favilla, la vampa e la cenere

Non è un caso, quindi, che il film sia tratto dall’omonimo romanzo di D’Annunzio. La storia si concentra su soltanto due personaggi: lei, la poetessa illustre, interpretata da Pina Menichelli, e lui, il pittore ignoto, interpretato da Febo Mari. Il film è suddiviso in tre capitoli: la favilla, la vampa e la cenere.

Durante il primo capitolo, la vampa, i due protagonisti si incontrano durante un tramonto di fuoco, lei lo sta descrivendo, lui lo sta dipingendo. Durante un incontro notturno, lei spiega all’ignaro poeta quello che sarà la loro breve ma intensa relazione; mostrandogli una lampada a olio accesa, gli dice: «l’amore che tu sai è come questa lampada: essa dà poca luce ad uno spazio breve e dura tutta una notte… Ma se io la spezzo… Vedi! Come la passione la sua fiamma si leva fino al cielo e abbaglia… Ma dura un attimo. Scegli!»

Nel capitolo intitolato la favilla, lui si trasferisce da lei, al Castello dei gufi. Qua dipinge un ritratto piuttosto erotico di lei che viene esposto con notevole successo; peccato che tra i critici d’arte presenti nella sala, ci sia qualcuno che riconosca la poetessa e contatti il duca, suo marito.

Giungiamo all’ultimo capitolo, la cenere: ormai la vampa si è spenta. Lei riceve una lettera del ritorno imminente del marito e nel cuore della notte abbandona il pittore che si sveglia circondato da operai che stanno smantellando il castello, perché il duca e la duchessa hanno interrotto la locazione. Lui è disperato, la cerca, e finalmente riesce a trovarla a un evento di gala. Lei, chiaramente, finge di non conoscerlo. Lui impazzisce e finisce i suoi giorni rinchiuso a dipingere gufi.

Il fuoco

Divismo made in Italy

Stile liberty e costumi da gufo

Se proponessi la visione de Il fuoco alla persona più sprovveduta in termini di cultura cinematografica, a parte l’assenza del sonoro e il bianco e nero (colorato con viraggio e imbibizione), la prima cosa che noterebbe sarebbero senza dubbio i costumi e le scenografie.

Si tratta di un tuffo nello stile Liberty, molto di moda all’epoca. L’evocativo castello dei gufi, con le sue savonarole e i fondali dipinti con ricche carte da parati e boiserie, è esattamente quello che ci si aspetta di vedere in un film così tanto dannunziano. Purtroppo non si trovano informazioni circa la realizzazione, neanche a proposito dello splendido vestito indossato dalla protagonista.

Perdonate la parola abusata, ma il costume di Pina Menichelli è davvero iconico: il copricapo di piume, la veste con motivi che ricordano il piumaggio, sommati al naso aquilino dell’attrice e al suo atteggiamento furtivo, dipingono l’icona classica della stella del cinema muto come tutti se la immaginano.

Il divismo in Italia

Il fenomeno del divismo e il termine stesso “diva”, vengono inventati proprio in Italia. Addirittura negli anni ‘10 nasce una sorta di genere cinematografico chiamato diva-film. Il primissimo esempio di divismo ha però origine (discussa) in Europa, con la danza sensuale di Asta Nielsen nel film L’abisso (1910).

In Italia sarà l’attrice Lyda Borelli a girare il primo diva-film nel 1913, intitolato Ma l’amor mio non muore: non solo questo film definirà molti archetipi visivi fino a generare una sorta di culto laico; l’interpretazione di Lyda Borelli influenzerà la recitazione cinematografica con le sue espressioni e la sua gestualità. Questo modo di fare, da diva, influenzerà così tanto gli spettatori (e soprattutto le spettatrice) da spingere all’imitazione nei piccoli gesti: dal modo di vestire al modo di baciare, di brindare, di abbracciare.

Gian Piero Brunetta nella Guida alla storia del cinema italiano elenca i sette tipi di ruoli divistici: la bella sconosciuta, la donna demoniaca, la donna madre, la dolce Cenerentola, la donna vestale, la donna che fa tesoro del proprio corpo (e lo gestisce come una piccola impresa) e, per finire, la femme fatale, quella che diventerà poi la donna vampira, la Vamp. Proprio in quest’ultima categoria è inclusa Pina Menichelli e le sue interpretazioni ne Il fuoco e Tigre Reale, sempre di Pastrone.

Pina Menichelli

Pina Menichelli, una diva dimenticata

Pina Menichelli è l’erede di una stirpe di attori teatrali risalente addirittura a metà del Settecento. Nacque in Sicilia nel 1890 e morì alla veneranda età di 94 anni nel 1984, a Milano. Viste le importanti origini drammaturgiche, iniziò a recitare da bambina in una compagnia teatrale e poi inseguì il sogno del cinema. 

Arrivata a Roma, lavorando con la Cines, venne notata da Giovanni Pastrone che la scritturò proprio per Il fuoco, il film che la consacrò nell’olimpo delle dive italiane. Dice di lei sempre Gian Piero Brunetta in Cent’anni di cinema italiano: «Giuseppina Menichelli è stata un’attrice moderna […]. Mentre le colleghe si consideravano le vere autrici del film, Menichelli capisce l’importanza del ruolo del regista. […] Alcuni primi piani del suo volto, rivelano inedite dimensioni del volto umano e raggiungono quei risultati a cui aspirava la Duse».

La censura si interessò spesso alla sua filmografia. Oltre a Il fuoco, che fu anche sequestrato, i censori hanno richiesto il cambio del titolo per il film Danzatrice nuda, che è diventato La danzatrice ignota. Certo è che pure i registi un po’ se la cercavano. Ecco alcuni dei titoli che vedono Menichelli come protagonista: Il giardino della voluttà, La colpa, la biondina, Malafemmina.

Come tutte le dive, poco più che trentenne si ritira dalle scene. Su Wikipedia si legge “per dedicarsi ai suoi doveri di madre e moglie serena”, tralasciando il patriarcato, direi piuttosto che si ritirò per godersi la sua ricchezza: non soltanto dovuta al suo successo, ma anche al suo secondo matrimonio avvenuto proprio nel 1924 con il barone Carlo Amato.

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