Parlo di Pariah, film a tema queer diretto da Dee Rees, e dell’importanza del riposo.
Il riposo
Non tantissimo tempo fa mi sono imbattuta in questa frase che diceva rest is resistance, riposarsi è rivoluzionario. Pure punk se vogliamo. Viviamo in un mondo in cui prendersi una pausa è visto come una cosa negativa. Il riposo deve essere guadagnato in maniera visibile. Sei andato al lavoro tutta la settimana? Allora la domenica hai diritto a riposarti. Certo però se lavori in un ufficio non puoi essere stanco allo stesso modo di chi lavora in un cantiere. Quindi se dormi fino a tardi devi comunque sentirti in colpa. C’è sempre qualcuno che è più stanco di te.
Lo sforzo che devi fare per guadagnarti il riposo, la faccenda che devi chiudere per dormire fino a capodanno, deve essere il più fisico e visibile possibile. Ecco perché questa narrazione colpisce nel profondo chiunque abbia delle malattie o delle disabilità invisibili. Uno degli esempi sicuramente più famosi è quello della depressione. Per chi non ne soffre è impossibile capire perché risulti così difficile svolgere anche la più semplice attività.
Siamo bombardati dall’idea che la vita è una sola, che bisogna cogliere l’attimo, che ogni momento va vissuto al massimo. Soprattutto se lavori 8 o più ore al giorno e il tuo tempo libero è pressoché inesistente.
Rest is resistance
Ecco invece è bene ricordare quanto il riposo sia fondamentale. Non si tratta solo di dormire o andare alla spa a farsi fare un massaggio. È passare del tempo con le tue persone preferite, è fare un’attività che ci piace e da cui non dobbiamo trarre profitto, è fare una passeggiata col cane o anche pulire casa mentre si ascolta della musica. Il riposo è prendersi cura di se stessi sia fisicamente che spiritualmente.
Rest is resistance è un libro, un manifesto, scritto da Tricia Hersey. Lei sostiene che la privazione del sonno è una questione di giustizia razziale e sociale, dato che era una tortura imposta agli schiavi, e invoca il riposo come forma di resistenza alla supremazia bianca e al capitalismo.
Ha fondato nel 2016 The nap ministry un’organizzazione che sostiene il riposo come forma di guarigione e connessione ancestrale. L’organizzazione ospita esperienze di “pisolini collettivi” in cui le persone si riuniscono per dormire 30/40 minuti tutte insieme.
La queerness
La comunità, il gruppo, è fondamentale per riposarsi e guarire anche a livello in qualche modo spirituale. Ed è una cosa che le persone queer sanno bene. È per questo che spesso si va alla ricerca di luoghi safe dove poter conoscere persone che condividano le nostre stesse esperienze. E questo sta alla base del film di cui vi parlo oggi.
Ho deciso di cercare un film che fosse diretto da una donna nera e che affrontasse tematiche queer. Film del genere esistono, non sono tantissimi, ma ci sono. Il problema è che riuscire a reperirli in Italia è quasi impossibile. La maggior parte dei titoli che mi ispiravano ha delle schede su Mubi, ma poi purtroppo non sono disponibili.
Comunque, parliamo di Pariah, film del 2011, diretto da Dee Rees. È una sceneggiatrice e regista americana, che oltre a Pariah ha diretto Bessie (2015), che racconta la storia di Bessie Smith, un’icona del blues; Mudbound (2017), film su due veterani della seconda guerra mondiale che devono affrontare razzismo e PTSD; e The last thing we wanted (2020) un thriller politico con Anne Hathaway, Ben Affleck e Willelm Dafoe.
Rees ha vinto numerosi premi, e in particolare è stata la prima donna afroamericana ad essere stata nominata agli Oscar per la miglior sceneggiature non originale, per Mudbound. Quindi stiamo parlando del 2017. Un attimo per elaborare questi dati, e capire perché gli Oscar mi stanno sul cazzo. Per altro film che parla di veterani, uomini, americani.
Pariah
Detto questo, passiamo a Pariah: racconta la storia di Lee, una ragazza nera di 17 anni, che prova ad affermare la propria sessualità in un ambiente ostile. La famiglia infatti non è per lei un luogo sicuro. I genitori sono in crisi, il padre è assente e la madre tenta di controllare una famiglia che si sta sfaldando. È infatti molto assillante nei confronti delle figlie e si aggrappa alla religione come ad un’ancora di salvezza.
Lee ha come unico sostegno la sua migliore amica Laura, che la sprona a uscire e andare per club per trovare una ragazza. Lee però vive con ansia la cosa, dato che non è molto sciolta per quanto riguarda il sesso. Secondo me rientra sotto l’aspetto della demisessualità, cioè quando una persona prova attrazione sessuale solo dopo aver stabilito un forte legame emotivo con lə partner.
Ad un certo punto Lee viene costretta dalla madre a uscire con una ragazza della sua età che frequenta la loro stessa chiesa. All’inizio Lee non è per niente contenta, ma da cosa nasce cosa.
Il commento
Dopo un colpo di scena, che non voglio svelarvi, Lee decide di fare coming out con la famiglia e, per usare un eufemismo, la madre non la prende molto bene.
Ora la trama non è originale. Però è interessante vedere una storia trita e ritrita sotto un’ottica diversa. Nell’intero cast non ci siano persone bianche ed è sempre bello vedere film che non abbiano al centro l’uomo bianco cis etero americano.
La cosa che però a me personalmente ha rotto il cazzo è la narrazione dell’omosessualità in chiave tragica. È un film del 2011, quindi lo scusiamo, e oltretutto ha un finale che apre alla positività. Però, detto questo, io da persona queer, vivo già in contesti di merda, il mondo è ostile per i cazzi suoi. Ho bisogno di essere rassicurata, che mi venga detto che possiamo vivere felici anche se non rientriamo nel canone.
In ogni caso lo consiglio se non siete in un periodo di crisi con voi stessi e con la vostra sessualità. È comunque un bel film, ben realizzato, che vale la pena di recuperare.







