È sempre un piacere recensire un’opera prima, perché si scorge, nell’acerbezza del linguaggio, la spontaneità e la passione dei giovani registi non ancora consumati dai meccanismi del cinema. È questo il caso di Fame di Matteo Ducceschi, menzione speciale al Lucid Dream Festival 2025.
La trama
Il senso del cortometraggio è chiaro sin dalle prime indagini: non tutto è quello che sembra; soprattutto quando si osserva (o si mostra) la realtà attraverso il filtro dei social. La storia segue due famosi influencer in visita alla location del loro futuro matrimonio. I due si stanno riprendendo da una profonda crisi e stanno cercando di riabilitare la loro immagine sui social. Nonostante gli sforzi, è chiaro che tra i due le cose non vadano nel migliore dei modi e non migliora certo la situazione il fatto che, a riceverli nella location, ci sia un misterioso prete che mette alla prova la loro relazione (e la loro sopravvivenza).
Psicologia dei colori
Fame va a braccetto con un altro cortometraggio proiettato al Lucid Dream Festival, Dark, Light, Yellow che affronta in maniera piuttosto sarcastica il tema della psicologia del colore, soffermandosi sull’analisi del colore giallo. Ecco, anche Fame si focalizza molto su questo colore: sono gialli gli accessori della protagonista; gialla la cover del telefono; gialle le magliette delle comparse; giallo il famaccio, un dolce tipico che il prete farà assaggiare ai promessi sposi.
Nel cinema si fa spesso ricorso al giallo per scene che descrivono malessere e malattia; non è un caso che la protagonista sia bulimica e in una scena il suo vomito sia giallo intenso. In Fame, però, il giallo assume un’ulteriore connotazione: sono infatti gialle anche le emoji e gli smile che fanno parte del linguaggio usato sul web, luogo a cui appartengono i protagonisti del cortometraggio.
Fame e l’horror sociale
Matteo Ducceschi ha dichiarato che il concetto dietro al suo film è quello di reimmaginare l’horror sociale hollywoodiano degli anni ‘70 e ‘80. Non a caso, viene naturale pensare a Essi vivono di Carpenter per la critica sociale e a Videodrome di Cronenberg per l’esplicita critica ai media.
La stessa scelta di un oppressivo formato 4:3, oltre a collocare il film nel periodo storico che il regista vuole omaggiare, rinchiude i protagonisti in una simbolica prigione. Il formato permette anche di restare più vicini ai volti degli attori nei momenti più drammatici.
Al formato tradizionale, si alternano momenti in 9:16 per mostrare i video e le dirette sui social. Non sta però in questa scelta l’innovazione: a mio giudizio, il pregio di quest’opera è quello di prendere i canoni di un genere tipicamente hollywoodiano e integrarli in una cornice più nostrana.
Un’opera studentesca
Il film è stato prodotto dalla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Roma, è quindi uno di quelli che in gergo tecnico viene chiamato student film. Il regista, poco più che venticinquenne, ha comunque le idee già chiare e una visione piuttosto interessante.
Ci sono delle normali sbavature, non tecniche, quanto nella costruzione drammatica, ma non è corretto concentrarsi sui problemi di un’opera prima. Bisogna concentrarsi invece sulle possibilità: il cinema di genere italiano ha quanto mai bisogno di nuove voci che sappiano integrare tematiche contemporanee e universali a contesti locali, proprio come fa egregiamente Matteo Ducceschi. Fame è una pietra che va a lastricare questa lunga via, che io non vedo l’ora di percorrere.







